Insegnanti coinvolti nel progetto:

Aiello Liberata - Aiello M. Grazia - Narda Lauretta - Gagliardi Rosetta - 

Gagliardi Luciano - Susinna Pierina.

 

 

 

 

                 TAPPE STORICHE DI MONTAURO  

  

1096 – Il conte Ruggero dei Normanni dona al beato Lanuino un mulino per

gli operai del monastero di "Mentabro".

1098 – Il casale di Montauro è posto dal conte Ruggero sotto la giurisdizione

civile della Certosa di San Bruno; il vescovo di Squillace Giovanni

cede la giurisdizione ecclesiastica.

1374 – La regina di Napoli Giovanna Ia condanna Montauro a pagare 25

once d’oro per assenza nella difesa militare.

1519 – Costruzione del portale della chiesa matrice.

1569 – Costruzione della torre campanaria "Pè pagura de li turchi".

1644 – Assalto e devastazione dei corsari turchi.

1753 – Arrivo da Napoli dell’ampolla di San Pantaleone.

1783 – Disastri del terremoto.

 

 

1806 – I "briganti" di Montauro combattono i dominatori francesi.

1808 – Gioacchino Murat "restituisce" Montauro alla diocesi di Squillace.

 

1966 – L’autorità civile "chiude" la chiesa matrice perché pericolante.

1968 – Riapertura della chiesa restaurata e inaugurazione del "museo

parrocchiale".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE ORIGINI DI MONTAURO

Le prime notizie sul centro urbano di Montauro risalgono all’ottavo secolo d.C., data citata nei documenti conservati al FONDO MORANO della Biblioteca Nazionale di Napoli; da questa documentazione emerge che il primo nucleo era localizzato in un’area situata a nord dell’odierno paese, detta "MUCATU", un gruppo di case successivamente abbandonate e per tale motivo dette oggi "case sdarrupate". Un altro documento che segnala l’esistenza di Montauro risale al periodo post-bizantino, più precisamente all’anno 1096: si tratta di un placito "Dum vero in una dierum", in cui il conte Ruggero concede un vecchio mulino ai lavoratori del costruendo monastero di Montauro. Il documento descrive un incontro che avviene nella Marina di Montauro con Lanuino, definito "costruttore di monasteri", e fa inoltre riferimento a documenti posteriori di conferma della donazione. Il monastero citato nel documento era il monastero di S.Giacomo, quello che poi, dal 1614, prese il nome di "monastero di S.Anna".

Il nome "Montauro"

Il nome "Montauro" è presente in molti monumenti greci e nelle parole "Oro Crusus", vale a dire "monte d’oro" o "del colore dell’oro". A tale proposito, sembra che il conte Ruggero abbia trovato nel sottosuolo del paese, precisamente sotto il monte Paladino, giacimenti d’oro, ma non poté estrarne il tesoro che aveva scoperto a causa dell’elevato costo della manodopera. Trova altresì spazio l’idea che tale nome derivi dal fatto che tutto il costone di Monte Paladino era ricoperto da ginestra, che fiorita assumeva il colore dell’oro.

Su alcuni documenti troviamo anche il nome "Montaurus", abbreviazione di "Mons Taurus": si riferisce al fatto che sulla cima del monte Paladino, sembra sorgesse un tempio dedicato al dio Tauro.

Su una vecchia cartina, reperibile presso la biblioteca comunale di Montauro, risulta il nome "Mentabro", delle cui origini non si hanno spiegazioni.

 

Vicende storiche

Nell’ottavo secolo, centinaia di monaci greci si rifugiarono lungo le coste dell’Italia meridionale, fondando molti monasteri e creando comunità civili e religiose. I primi abitanti di Montauro furono, probabilmente, membri di queste comunità, formatesi all’ombra del monastero di S.Giacomo. Nell’anno 1099 Montauro era già una comunità ben strutturata, ma il vero sviluppo del paese si ebbe dopo l’anno 1000 ad opera dei Normanni e dei Certosini di S.Bruno di Serra; i Normanni fondarono nelle terre di Calabria uno stato di tipo feudale con a capo Roberto il Guiscardo e, a partire dal 1130, con il re Ruggero II. Iniziò così un lento processo di "occidentalizzazione" del meridione in generale e della Calabria in particolare, che portò Montauro, con la donazione di Ruggero a favore di San Bruno, ad essere sottoposto alla giurisdizione della Certosa e non più del Vescovo di Squillace.

Proprio in questo periodo la popolazione originaria subì un notevole incremento: nel primo censimento effettuato nel 1276 gli abitanti risultarono 1175.

Questo numero scese in modo vertiginoso nel 1476, quando una terribile pestilenza decimò drasticamente la popolazione.

Lo spopolamento divenne in seguito un fatto politico e sociale, quando con il Trattato di Granada del 1500, il sud dell’Italia passò sotto la dominazione spagnola. Furono anni bui e tristi, pieni di soprusi, ricatti e sopraffazioni che spinsero i cittadini più validi a darsi alla fuga.

Questo fenomeno assunse caratteri strategici di tipo militare, quando in occasione delle invasioni turche, molti abitanti si trasferirono sulle colline per meglio organizzare la difesa.

Nel 1515, con il ritorno dei Borboni, la popolazione può essere stimata intorno alle 1600 unità, di cui 340 donne addette ai telai familiari con la qualifica di "liatrice".

Dopo l’unità d’Italia si può affermare che la popolazione di Montauro, stabilizzatasi nel numero, raggiunse un livello d’organizzazione e strutturazione ottimo: vi era un discreto benessere: gli artigiani facevano apprezzare le loro opere, i contadini si dedicavano al lavoro dei campi e le donne erano affaccendate al telaio, al bucato, ai lavori domestici e alla cura dei propri figli.

 

I PALAZZI GENTILIZI

I palazzi gentilizi costituiscono la struttura portante dell’aspetto fisico di Montauro, che, insieme alle emergenze religiose, ha influito sul processo storico della crescita urbana. Essi rappresentano l’antica grandezza di Montauro e sono sparsi qua e la nel centro storico. Intorno a questi palazzi si determina l’espansione del paese e pur avendo perso le originali caratteristiche, fanno parte ancora del patrimonio artistico di Montauro.

Dal punto di vista tipologico sono caratterizzati da uno o più piani e l’organizzazione interna era divisa in: ambienti per i nobili e ambienti per la servitù. L’accesso principale è contraddistinto da un portale cha dà in un androne e la scala, posta o al centro o agli angoli dell’androne, dà l’accesso al piano superiore.

Costruiti con i caratteri del palazzo nobiliare, sono stati sicuramente lesionati dalle scosse telluriche del 1783; hanno subito delle modificazioni, per i parecchi interventi sia nella struttura che nei rivestimenti, in quanto risultano proprietà di privati.

La lettura di questi monumenti permettono all’uomo di scrivere meravigliose pagine della storia e della civiltà di Montauro. Sono quindi da tutelare e salvaguardare le loro bellezze architettoniche, in quanto fanno parte del patrimonio artistico e culturale del paese. A ciò ormani da anni provvedono associazioni private come l’Archeoclub e il G.A.I. (gruppo archeologico d’Italia) che svolgono, oltre ad una grande promozione culturale, un’attività di vigilanza sul patrimonio artistico e culturale segnalando e denunciando abusi e violazioni a danno di esso.

 

 

 

 

 

 

I portali, fra le tante opere, sono i testimoni del tempo, di un passato pieno di lavoro, fantasia, arte che ancora oggi conserva i valori della memoria , che si custodiscono nella pietra servita per realizzare con una certa grandiosità opere stupende.

 

 

 

 

                     Portale Spadea      

L’edificio è composto da due distinti palazzi: uno affaccia sulla Piazza Rossi Milano e l’altro si trova su Corso Umberto I°.Il primo dei due palazzi è formato da tre livelli, conserva un maestoso portale di granito chiaro, con decorazioni geometriche sui basamenti, con in alto lo stemma di famiglia. Il portale immette in un atrio vasto e poco illuminato, dominato da un altro stemma nobiliare, anch’esso di pietra.Due rampe di scale di granito immettono nelle due ali del palazzo, con le stanze che si susseguono una all’altra. Un tempo all’interno di esso c’era una cappella privata.La fantasia popolare ha creato alcune leggende su presunti tesori, che sarebbero stati seppelliti nei nascondigli del palazzo da briganti che lo abitavano.

Subito dopo l’unità d’Italia, nell’ex regno di Napoli infatti, si ebbe una recrudescenza del brigantaggio. Anche a Montauro vi fu una banda, composta da una decina di briganti, comandati da Antonio Dardano, nativo di Albi e soprannominato "Tabacchera". Nato a Montauro vi era solo Giuseppe Barbuto detto « Panebianco ». La banda si sfasciò con l'uccisione a tradimento di Tabacchera. L'8 gennaio 1866 Carito Domenico fu Pantaleone con un colpo d'archibugio, in contrada Croce, finì il brigante. Pare che i due fossero compari ed in stretti rapporti di amicizia. Quella sera « cumpara Micu » avrebbe invitato a cena, all'aperto, Tabacchera; dopo averlo ubriacato mentre lo accompagnava per strada gli sparò alle spalle. L’altro palazzo, appartenuto anch’esso alla famiglia Spadea, conserva un importante portale in pietra. Una fascia lapidea esterna incornicia tutto il portale e lungo l’arco risaltano scolpite delle margherite.

 

 

 

 

                   Portale Terracini

Il palazzo è sito in via Ferdinando Lomanno ed era di proprietà dei fratelli Vincenzino e Peppino Terracini.Il portale lapideo è formato da bugne miste, diamantate e squadrate con decoro alla chiave di volta, rappresentata da una foglia d’acanto sormontata da fregio a conchiglia I basamenti sono finemente scolpiti e affiancati da grandi volute.

 

 

 

                     Portale Barberi      

Si trova in Corso Umberto, accanto alla Chiesa Matrice, dove la strada cittadina incrocia quella che sale dal mare; l’ingresso si apre su Piazza San Pantaleone. Il portale in pietra, con la colonnina in granito presso la scala d’accesso, fanno risalire la costruzione al XVIII secolo. Si compone di varie stanze che si susseguono una all’altra, e di vari scantinati tipici delle costruzioni antiche.

I balconi di ferro battuto, tutelati anche dalla Sovrintendenza alle Belle Arti di Cosenza, conferiscono un aspetto austero a tutto l’esterno. Fin dall’inizio è stato posseduto dalla famiglia Barberi.

 

                   Portale Madonna

L’imponente edificio, della metà del 1700, si eleva su tre livelli ed è tutto in pietra a faccia vista. Semplici i balconcini in ferro battuto con vista sul mare.Nel piano terra, dove attualmente è ospitata la biblioteca civica, in origine vi era una farmacia e un sottopassaggio che collegava il palazzo con un orto, dove c’erano i locali per conservare il vino e l’olio. Sempre all’interno del palazzo c’è ancora una sorgente d’acqua.Anche qui, come in ogni palazzo nobiliare, vi era la cappella gentilizia.Per diversi anni ha ospitato la scuola elementare e per i primi anni d’attività la scuola media.

 

 

 

 

                   Portale Pellegrini

In pietra a vista il palazzo di via Libertà conserva ancora un bel portale completamente in pietra viva, con finestrelle ovoidali e grate di ferro lavorato a croce. I balconi hanno soglie in granito e ringhiere di ferro battuto.Si racconta che dopo l’invasione dei Turchi, il palazzo rimase abitato da un fantasma che attirava le donne per ucciderle.

 

 

 

                   Portale Menechini

Dell’edificio in Vico Nobile resta soltanto un portale in pietra con motivi floreali. Alla chiave di volta c’è una foglia d’acanto, probabilmente un tempo sovrastata da uno stemma.

 

                  Portale Teti

Massiccio nella sua struttura, sorge in Piazza del Popolo.

Appartenne a una delle famiglie più importanti del paese, proprietaria anche della filanda situata nei pressi di questo stesso edificio. Di pregio il portale in pietra, formato da blocchi squadrati e scolpiti che reggono l’arco a tutto sesto con decoro alla chiave di volta.Varcato il portale, parte una gradinata che conduce al livello superiore.I saloni di questo palazzo sono abbelliti da pitture in stile liberty, attribuiti dalla memoria di qualche nonnina al pittore Giuseppe Cefaly.

 

 

 

                   PortaleTavani

Questo palazzo in via Conte è preceduto da un pezzo di muro perimetrale dell’antico giardino, nel quale si apre un ampio portale in pietra con decorazioni floreali.Completamente ristrutturato, conserva ancora oggi un portale d’ingresso in pietra lisci con decoro alla chiave di volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CHIESA DI SAN PANTALEONE

L’edificio si trova nella parte orientale del paese, in una posizione da cui si domina tutto il golfo di Squillace, indicata oggi come "Piazza San Pantaleone".

Il documento più antico che fa riferimento alla costruzione della chiesa porta la data del 1569, ma la dedica a San Pantaleone ed alcuni elementi architettonici, fanno pensare ad una prima fondazione della chiesa in età medioevale.

L’aspetto esterno dell’edificio, con una grossa torre all’angolo nord-ovest e numerose feritoie, è più simile a quello di una fortezza che non a quello di una chiesa, soprattutto se pensiamo che la facciata originaria doveva essere molto diversa da quella odierna.

La torre campanaria era certamente molto più alta di come si presenta oggi, secondo quanto descritto da Padre Leonardo nella Lauda qui di seguito riportata.

(foto-letteraria)

AL CAMPANILE DI MONTAURO

 

Altissimo, imponente e maestoso ti ergevi,

sfidando i secoli,

o Campanile di Montauro!

col vecchio orologio

che talvolta, in sincromatico concerto,

con le melodiose campane ti facevi sentire

sino ai paesi circonvicini:

di Stalettì e di Gasperina

e diffondevi nella ubertosa marina,

sulle colline, insino al glauco Mar Ionio

che distendesi da Capo Spartivento e Punta Stilo

a Capo Colonna.

Ti ricordo, da ragazzo, quando ero chierichetto

nella tua grandiosa struttura quadrilatera

con tre ordini di finestroni

sovrastanti l'uno all'altro ad arco tondo all'insù

da tutte le quattro parti:

Nord-Sud; Est-Ovest

quasi volessero indicare i quattro punti cardinali.

Costruzione gigantesca in pietra viva

con i suoi grossi cornicioni di granito

con delle feritoie, il che fa pensare, argomentare,

o almeno presupporre essere la torre del Castello di Ruggero

e posteriormente trasformato in campanile.

O torre antica! a fianco al Castello di Ruggero II

trasformato nei tempi, da secoli, in monumentale Chiesa,

ricca di pregiati marmi, di altari, di pitture, di quadri, di colonne

sembravi ed eri, come sei tuttora,

un baluardo, quasi sentinella avanzata.

Ne le saette dei fulmini, né le tempeste, né i terremoti

poterono abbatterti, né le ingiurie del tempo,

solo mano poco esperta, per non dire altro, e per timore

che tu crollassi sulle abitazioni sottostanti

ti demolì di due piani, decapitandoti, a furia di mine,

della cuspide quadrangolare

togliendoti così la primiera storica bellezza e maestosità.

 

RIFLESSIONI

Adesso, a distanza di più di mezzo secolo, facciamo

delle riflessioni sul passato: non sei più il Campanile sacro

dei nostri Avi, ma una semplice, squallida torre civica.

Eri eloquente, superbo della tua gigantesca mole!

Dall'alto osservavi tutti i tuoi figli che si recavano al tempio

santo di Dio, tutti i giorni, nelle feste e nelle ore vespertine!

Le campane vibravano i melodiosi concerti, or lieti or lugubri

rintocchi, come musica che si sperde a valle!

Eri visto dalle località più lontane, come se tu dicessi ai tuoi

che ti appartengono vicini e lontani: son qui sempre presente!

Ed ora questo linguaggio mistico, divino, è svanito!

Eri suggestivo anche nelle notti, sia che la luna ne rimbiancasse

la tua grandezza, dalla linea robusta, o l'ombra si posasse sulle case

addormentate del piccolo paese, sia che il buio si disegnasse su di tè

nella notte oscura.

Montauro 1943

Sul lato ovest è collocata le facciata con un bel portale a bugnato, con l’arco chiuso in chiave da uno stemma con croce greca, datato da un’iscrizione sullo stipite nord al 1519, primo elemento certo che farebbe risalire la fondazione della chiesa al XVI secolo. Al portale si accede tramite una scalinata in pietra, recante incisa su uno dei gradini la data di costruzione: 1609.

Tutta la facciata è di recente impostazione, come testimonia l’epigrafe di marmo inserita nella muratura subito al di sopra del portale, con la iscrizione: "Terribilis est locus iste / hic domus dei est 1828". Al centro in alto c’è collocato un grande ovale, riproducente l’immagine a mosaico policromo del Santo Patrono, fatta realizzare e collocare di recente al posto dell’originario dipinto ottocentesco; al di sotto è riportata la stessa frase: "Ne timeas Montaure, protector tuus sum", che si ritrova nell’affresco all’interno della chiesa, subito a sinistra dell’entrata.

L’ovale è affiancato da due finestre rettangolari, contemporanee dell’ultima fase di ristrutturazione della facciata, che hanno probabilmente distrutto due dei ritratti dei dodici Apostoli rappresentati all’interno.

L’interno è diviso in tre navate da due file di quattro colonne in pietra, che scandiscono cinque cappelle laterali per parte.

La tipologia delle colonne fa ipotizzare un reimpiego di materiali provenienti da un altro edificio o risalenti ad una fase più antica della chiesa.

La navata centrale, più alta delle laterali, è coperta da un soffitto in legno dipinto, da poco restaurato con abbondanti integrazioni. Il soggetto di tali riquadri è, purtroppo identificabile solo nella parte più vicina all’ingresso, dove sono rappresentati San Michele e Satana.

Ai lati dell’ingresso vi sono due affreschi paesistici, commemoranti l’arrivo delle due reliquie di San Pantaleone a Montauro. Quello nord rappresenta l’arrivo del frammento dell’osso della nuca e reca iscritta la stessa frase posta sull’ingresso: "Ne timeas Montaure, protector tuus sum". Quello sud si riferisce all’arrivo del sangue del Santo nel 1753, come testimonia la stessa iscrizione.

La data della prima esecuzione di tali affreschi è da porsi probabilmente in epoca posteriore al terremoto del 1783.

L’altare maggiore della chiesa è decorato da marmi policromi intarsiati e risulta datato, da una iscrizione posta sul retro del tabernacolo, al 1774.

Dietro l’altare maggiore è collocato un coro ligneo intagliato del XVII secolo. Sopra di esso, vi sono due grandi affreschi, firmati e datati da una iscrizione posta sulla base: "Dominicus Costantinus pingebat 1523"

 

 

 

 

              

 

 

 

 

 

IL MONASTERO DELLA GRANCIA DI S.ANNA

I ruderi della Grancia di S.Anna sorgono sulla sommità di una collina a sud del centro abitato di Montauro, nelle vicinanze del confine tra questo comune e Gasperina. L’edificio è stato fortemente danneggiato durante il terremoto del 1783. Da allora è stato completamente abbandonato.

Le mura che sono sopravvissute ci consentono di ricostruire la sua storia.

È situato al centro di un vasto territorio agricolo. Adibito a monastero, ancora oggi ha le caratteristiche di una costruzione fortificata. Infatti, la pianta di forma rettangolare (di dimensioni 60x40m) ha quattro torri quadrate situate ai vertici del rettangolo. L’origine cistercense di questa costruzione è confermata dalla vecchia dedica del monastero a S.Giacomo.

È, quindi, un edificio di grande interesse storico, perché è una testimonianza della storia del monachesimo in Calabria.

Tra questo edificio e la chiesa di San Pantaleone (chiesa Madre di Montauro) ci sono evidenti analogie tra i particolari delle feritoie, del cordolo, della tecnica edilizia. Ma soprattutto della torre che sappiamo sicuramente datata alla seconda metà del 1500.

Fonti storiche ci documentano l’esistenza del monastero già in età medioevale.

Le mura perimetrali, conservate nelle loro masse principali, sono percorse da un cordolo in pietra posto all’altezza del piano principale, ad una quota molto superiore al piano di campagna, tanto si è pensato all’esistenza di un ponte levatoio sul lato ovest.

Questa ipotesi sarebbe confermata dall’esistenza di una depressione sul lato ovest ancora evidente.

Le torri d’angolo sono tutte costruite con gli stessi criteri: divise all’interno in due piani, si aprono all’esterno in basso con feritoie da fuoco ed in alto con ampie finestre.

Un’idea complessiva dell’originario aspetto esterno del monastero si può avere dalla rappresentazione nell’affresco conservato a fianco dell’entrata della Chiesa di San Pantaleone, dove l’edificio è rappresentato nella sua interezza in una divisione prospettica da valle.

 

Dell’interno non si può dire molto: tutta la pianta, organizzata su almeno due piani, è appena intuibile.

Purtroppo le erbacce e le macerie nascondono quanto resta delle antiche strutture, articolate forse attorno ad un grande chiostro centrale.

 

 

Tovaglie di lino ricamate a mano utilizzando "u tilarettu". A destra

antico ferro da stiro.

 

 

Asciugamani di lino lavorati a telaio e ricamate a punto-croce, con

frange annodate a mano.

 

Antico completo di primo letto; lenzuolo ricamato a tombolo

e copriletto a filet.

 

 

Lenzuola di lino ricamate a mano.

 

 

Al centro una matassa di lino grezzo al "nimulu" .

A sinistra "u fusu" . A destra biancheria intima.

 

 

Antico attrezzo utilizzato per tappare le bottiglie con i

tappi di sughero.

 

 

 

 

 

 

 

DETTI E PROVERBI MONTAURESI

 

Come in tutti i paesi, anche a Montauro è notevole il patrimonio di detti e proverbi, che le varie generazioni si tramandano.

Attraverso essi si può cogliere la saggezza dei nostri antenati, il modo di porsi davanti a certe vicende della vita, le riflessioni più profonde dell’animo umano manifestate in diversi aspetti della realtà quotidiana. Si ispirano a svariati temi e, nella loro tipica brevità e semplicità, riescono a volte a dare un insegnamento morale.

Ne riportiamo alcuni tra quelli che tuttora affiorano nell’espressione popolare.

 

«Cu è surdu, orbu e tàcia

Campa cent’anni mpacia».

 

Chi è sordo, ceco e muto, vive cent’anni in pace. Secondo il detto ogni persona, per poter vivere tranquilla, dovrebbe badare solo ai fatti propri, senza immischiarsi nei fatti altrui.

 

«Fatti i fatti tua

Ca campi cent’anni e cchiù».

 

Fatti i fatti tuoni che vivi cento anni di più. Nel detto si ripete la stessa idea di quello precedente.

 

«Cu dassa ‘a strata vecchia p’a nova

Sapa chi dassa e non sapa chi trova».

 

Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova. Ad abbandonare le strade già note si va incontro all’incerto o al peggio.

 

« A’ vojjia mu nda fai ricci e cannola

u santu ch'è de marmuru non suda ».

E' inutile abbellirsi e far moine, il santo che è di marmo non si commuove.

L'espressione è rivolta al tirchio, al duro di cuore, in genere a colui che dovrebbe fare qualche favore, che rifiuta di concedere proprio perché ha il cuore insensibile, duro come la pietra; perciò ogni tentativo di commuoverlo è vano.

« Nenta ti eru, nenta ti sugnu

tu na cacia ed io nu pugnu ».

Niente ti ero, niente ti sono, tu (mi dai) un calcio, ed io (ti dò) un pugno.

E' una espressione di vendetta che esprimono due, quando è cessata l'amicizia. Se lo dicono anche marito e moglie, quando tra essi è sparito l'amore e si ritrovano quindi estranei.

« A supierva vacia a cavadu

e si recojja a peda ».

La superbia va a cavallo e ritorna a piedi.

E' la constatazione e la condanna che il popolo fa del superbo, di colui che pensa di essere qualcosa e disprezza gli altri. La realtà della vita pensa a rimettere a posto la gerarchia dei valori, umiliando il superbo ed esaltando gli umili come dice il Vangelo.

«U porcu chi non vitta mai

a cammisa janca

appena chi sa misa sa ca... (sporcau) ».

Il porco che non ha visto mai la camicia bianca, appena l’ha messa l'ha insudiciata.

Il detto vuole schernire colui che avendo raggiunto una facile ricchezza, assume atteggiamenti boriosi, insoliti per la sua condizione precedente, che non sa quindi sostenere, suscitando risa e commiserazione nel prossimo.

 

« Lu troppu camminara la petruja

percia la mpigna,

la chianteda e la sola ».

L'eccessivo girovagare tra le pietre, buca l'orlo, l'interno e la suola della scarpa.

E' la condanna dei gironzoloni, di coloro che con temerità frequentano luoghi insicuri, perché alla fine avranno la peggio.

« Lu ranu chi non simini non nescia,

l'omu non mpara mai si non patiscia ».

Il grano che non semini non germoglia, l'uomo non impara mai se non patisce.

E' il commento popolare alla parola del Vangelo: se il granello di frumento caduto in terra non marcisce e muore, non fruttificherà.

L'uomo si matura solo se patisce, se ha contrasti, lotte. Si sottolinea il valore pedagogico della sofferenza.

« Lu vua cu la pajja,

la gadina cu la canijja;

lu vua non tira

e la gadina non fijja ».

Il bue con la paglia, la gallina con la crusca; il bue non tira e la gallina non fa pulcini.

Per poter chiedere, bisogna anche dare. Perché il bue lavori non basta la paglia, bisogna dare anche l'erba fresca; alla gallina non solo crusca, ma anche cereali. All'amico, al paesano, al conoscente, prima di chiedere devi dare anche tu rispetto, comprensione, solidarietà.

 

« O tu chi veni do metara

riposati a stu manganu ».

O tu che torni dalla mietitura, per riposarti lavora su questo mangano.

E' il commento amaro che si fa sulla condizione del contadino calabrese. Dopo una giornata di faticoso lavoro, trascorsa nella mietitura, giunto a casa, cosa ti attende come riposo? Un altro lavoro pesante, quello di manovrare il mangano, l'arnese che serve per sgranare il lino crudo.

«U jumburusu da mnenza a via

o’ nsi guardau a jumba c’avia».

 

Il gobbo di piazza, non guarda la propria gobba. Il detto mette in rilievo la stoltezza di alcune persone che beffano i difetti altrui e non vedono i difetti fisici e morali propri.

 

«Occhiu non vida cora non dola».

 

Occhio non vede, cuore non duole. È bene non conoscere fatti e situazioni che altrimenti ci farebbero soffrire.

 

«Quando u ciucciu o’ mbola u viva

o’ li serva u frischuliara».

 

Quando l’asino non vuole bere, non serve invitarlo con un leggero fischio. L’espressione è rivolta alle persone che fingono di non capire e, pertanto, è inutile insistere.

 

«I guai da’ tigana

’i sapa ’a cucchjàra ch’i manja».

 

È un rimprovero a chi giudica i fatti degli altri, senza sapere bene come siano successi.

 

 

«Camina ca ti caddijunu i tacchi».

 

Cammina che ti riscaldi i piedi: lo dice allo scocciatore chi è infastidito, per essere lasciato in pace.

 

«’U cana mùzzica sempa ’u sciancatu».

 

Il cane morde sempre lo straccione. Come il cane si avventa con particolare violenza contro i poveracci così guai, danni, dolori si accaniscono contro chi ne ha già molti.

 

«Si ti fai pecora ’u lupu ti mangia».

 

Chi pecora si fa il lupo se la mangia. Le persone che si dimostrano deboli a volte subiscono le prepotenze di quelle più forti.

 

«’U Signura manda viscotti

a cu non ava denti».

 

Commenta il fatto che certi beni tocchino a chi non sa o non può servirsene, e viceversa.

 

«’A mugghiera ’e l’atri è sempa cchiu beda».

 

La moglie degli altri è sempre più bella. A volte non sappiamo riconoscere le doti di chi ci sta accanto, mentre apprezziamo quelle degli altri.

 

 

 

 

«Na mamma facia pè centu figghj

E centu figghj non fannu pè na mamma».

 

Dichiara che i genitori si sacrificano per i figli assai più di quanto i figli facciano per i genitori.

 

«Cu due lebburi vola m’acchiappa

Unu li fuja e l’atru li scappa».

 

Colui che vuole prendere due lepri vedrà una fuggire e l’altra scappare. Si ricorda qui che chi non si accontenta del poco perde tutto.

LE FILASTROCCHE RELIGIOSE

Dopo i proverbi, le imprecazioni, le filastrocche amorose, pensiamo sia bene raccogliere le filastrocche a carattere religioso, che costituiscono un patrimonio interessante della cultura di un popolo, almeno come indice di una certa spiritualità popolare.

Questa prima lunga filastrocca si canta al termine della recita del Rosario, ed esalta la preghiera alla Vergine.

San Dominicu lu mbiatu

lu rosariu a bui fu datu

da Maria la Verginella

tutta pura e tutta bella;

offerire lu vuojju a bui

a Maria ed a Gesù:

a Gesù ch'é nostru patra,

a Maria ch'é nostra matra

tutti nsema ncumpagnia:

Jesu, Dominicu, Sant'Anna e Maria.

O magnifica regina

chi de grazia siti china,

vi presientu sta curuna

chi la dissumu nui stasira;

si qualcosa ci mancassi

mancamientu non ci fussi,

ca Maria ni perdunassi

comu miseri peccaturi.

E Maria respunda e dicia:

« Lu Rosariu non dassati,

ca lu tiempu chi perditi

vi lu viegnu a godagnara ».

Oh Maria, non ni dassara,

oh Maria, non ni dassara!

Grazia Madonna mia de lu Rosariu

divotamenta a bui viegnu a pregara

avanti li tua piedi nginocchiuna

comu na peccatura a dimandara.

La grazia ch'io ti ciercu mi cucedi

ca si matra de Dio e mi la pua farà.

Nostru Signura ficia mara e manna

ficia la corantana notta e dia.

Ca furu li preghieri de Sant'Anna,

li lacrimi de Pietru e de Maria.

Ora ch'é ditta sta curuna santa,

vi la presientu a bui. Madonna mia,

mu mi la stipi a chida gloria santa

mu l'aju all'ura della morta mia.

Ed io ti ciercu nu bonu promisu

st'anima mu ma lievi mparadisu.

Mparadisu si canta cud'affettu

juriscia l'arma comu u gijju all'uortu.

A sarvu a portu e cu giusta ragiuna

avanti de Maria nostra patruna.

E cu è dannatu, caminau pe spiertu,

non ava requie né bivu e né muortu.

Lasciu la bonasera alla Madonna

la gloriusa vergine Maria,

mu mi guarda stanotte quandu dormu,

domana quandu vaju la via via.

Questa filastrocca presenta la Madonna afflitta per la morte del Figlio.

Matina de jovi Santu,

Matra Maria si misa lu mantu,

si lu misa cu gran dulura

ca moriu nostru Signura.

Nostru Signura aru munta Carvariu

chi rahava la crucia ncuodu,

era pisanta e no la potìa

ca era fijju de Maria.

O mamma, mamma chi sini a lu cantu

dammi nu puocu de cunzulamientu,

e quandu s'aza lu calicia santu

lu Patra, lu Fijju e lu Spiritu Santu.

Inno alla Croce potremmo definire quest'altra filastrocca che presenta gli effetti redentivi e consolatori che scaturiscono dal Santo Segno.

Io t'aduru Santa Crucia,

comu lièttu do miu Signura

io t'aduru cu lu cora

ti accumpagnu cu la vùcia,

iu t'aduru Santa Crucia.

Io t'aduru Crucia Santa

ca tu si la mia speranza

ari muorti duna requia,

ed a mia la perdunanza.

lo t'aduru lignu siccu

ca de juri si adurnatu,

sia lodatu Gìesù Cristu

e chi ncuodu t'ha portatu.

Carità, verginità, penitenza sono le tre virtù che il fedele esalta maggiormente nella vita del Santo Calabrese: Francesco di Paola.

 

San Franciscu miu de Paola

fonte siti de carità

aiutatimi e succurriti

alla mia nicissità.

Rosi russi siminasti,

rosi janchi racojjisti,

pe la tua verginità.

lo t'aduoru San Franciscu

e cu vera divuziona,

pelli Tridici dijuni

chi facisti all'oraziona.

Gìesu mio misericordia,

Gìesu mio misericordia,

Gìesu mio misericordia.

La recita del Rosario della Madonna nelle nostre contrade, è ricca di filastrocche semplici ma di alto contenuto religioso.

Il popolo scarica in queste preghiere dialettali il suo pensiero sulla vita e le sue speranze per l'avvenire, terreno ed eterno, come in questa « Salve Regina ›› dove alla lode per la Vergine si unisce la fiducia di ottenere conforto in terra e poi il Paradiso.

 

 

SALVE REGINA

Dio ti salvi, o regina

chi sì matra universala

e pe la gloria si sala

mparadisu.

Vui siti gioia e risu

pe tutti li scunsulati,

pe tutti li tribulati

unico spema.

A bui suspira e gema

lu nostru affrittu cora

ch'è mara de dolori

e d'amarezzi.

Maria matra dolcezza

li vostri occhi pietosi

materni ed amorosi

a noi volgeti.

Nui miseri accoglieti

sutta lu vostru santu velu

e vostru figjiu al cielu

a nui mustrati.

Graditi ed ascoltati

gran Vergine Maria

dolce, clemente e pia

l'affetti nostri.

E delli nemici nostri

a nui la tua vittoria

e poi l'eterna gloria

mparadisu.

Oggi e sempa sia lodatu Giesu Cristu

e l'Immacolata Vergine, sua matra

e la Santissima Trinità,

ogni ura ed ogni momentu

lodamu e ringraziamu

lu Santissimu Sacramentu.

La seguente breve preghiera, che si recita prima delle Litanie, invoca l'ausilio degli angeli per onorare meglio la Vergine ed ottenere quanto si chiede:

Regina de lu cielu

e divina Maestà

chista grazia chi ti cercu

mi la fai pe carità,

e fammila Madonna mia

ca ndaju forta necessità.

E bui Angeli de lu cielu

chi veniti a salutà

salutatami Vui Maria

recitandu a Litania.

 

Lo stesso motivo si ritrova in quest'altra filastrocca recitata sempre in occasione del Rosario:

 

Calati angeledi culla parma,

calati ncurunati la Madonna.

Vergine bella ca allu cielu stai

fammi la grazia ch'io ti cercai.

A li pedi de la Madonna

belli rosi chi ci stannu

e li stelli ntornu, ntornu

fammi la grazia bella Madonna.

Io non mi movu de cca,

si la grazia no mi fai

e fammila Madonna mia

e fammila pe carità.

 

La filastrocca seguente dal titolo "A SAN PANTALEONE" fu scritta in onore del Santo Patrono dal montaurese Ottavio Pellegrini.

 

O santu Panti mio miraculusu,

C'a Nicomedia perdisti la vita

Decapitatu, come allur'er'usu,

E sa Parma acquistasti favurita,

Tu si' bieddu de faccia e cchiu' de cora

Cu ssu visu sprendenta de ducizza.

Lu Patra Nuostru tuttu ssu sprendora

Ti deza pe la nostra cuntentizza.

De uomu fusti miedicu duttura;

De santu si' pe l'anima nu 'nguientu

E duva tocca, la tua Parma, cura

Ed ogni piaga ed ogni sentimentu.

Si mentravisi ti rendanu grazia

Cà lu paisà luoru praferisti

Pemmu ti fiermi, doppu la disgrazia.

Ti preganu però, povari Cristi,

Mu li fai oniesti e mu li fai fidìli,

Ca' tu, pe protettura li volisti,

Ma ssi vizi l'i dassi pili pili!

 

 

LE FILASTROCCHE AMOROSE

La bellezza della fanciulla, che ricorda le fate, si concentra nella lucentezza degli occhi che attirano il giovane il quale chiede alla ragazza di stare con lui come segno d'amore.

Para ca vi stamparu a bui li fati

aviti l'occhi de la calamità,

si bui bena de cora mi voliti

stacitivi cu mmia e nnò bin da jati.

Bellezza che richiama il divino e potenza di ammaliare la gente attribuisce alla ragazza questo spasimante che si sente alla mercé di quel fascino.

Brunetta ti criau Cristu Divinu

e ti misa la parma alli mani

ti la misa pemmu mmaghi a gente

pemmu mmaghi a mmia, povuru amanta.

Espressione di una certa mentalità progressista è questa filastrocca nella quale si canta l'amore fuori del matrimonio, visto come catena al piede, con la prospettiva che quando uno decide di sposarsi, sarà facile perché donne ve ne sono in quantità e per ogni gusto.

Mbiatu cu facia amuri e nno si nzura

e nno si menta na catina aru peda,

mujjera si nda trova all'ura all'ura

ricca, castagna, e nigra.

 

Molto belli questi versi d'una innamorata il cui ardore traspare in delicate sfumature d'affetto; si adopera che la partenza sia segreta; si preoccupa per il pericolo della malaria (l'antica piaga della nostra Calabria); per il letto non accomodato bene che non offre un comodo riposo all'amato. Incisivi gli ultimi due versi che con una vecchia immagine poetica, mostrano questa donna capace di bagnare di lacrime le lenzuola del giovane e, più straordinario ancora, capace di asciugarle con la fiamma del cuore.

Parta Goruzzu mio parta e vattinda

non dira duva vai a cu ti domanda,

non ciangiu la partenza chi tu fai

ca ciangiu la malaria chi tu truovi.

Amura, amura chi sini luntanu

cu ti lu conza lu liettu la sira,

cu ti lu conza no llu sà conzara

cunzumatu ti lievi la matina.

Si fussi duocu ti lu cconzaria

cu veru amura e cu sinceru affettu,

doppu cconzatu nu chiantu farria

mu vagnu si lanzola de su liettu,

doppu vagnati ti l'asciucaria

culla vampa chi nescia de stu piettu.

 

La ragazza non si mostra alla finestra, e l'ammiratore chiede ansiosamente se per caso si è fatta eremita. Egli infatti brama vederla perché la sua vista gli dona vita e lo fa guarire se è malato.

Giuvana bella ti facisti rimita

De sa finestra non affacci mai,

quandu t'affacci mi duni la vita

si ssu malatu sanara mi fai.

La prima filastrocca canta la bellezza di una fanciulla bruna, bella e riservata, che viene pregata di non andare in chiesa nei giorni di festa perché il giovane, che pur vorrebbe assistere alla Messa, si sente distratto dalla sua bellezza.

Brunetta sini bella e sini onesta

e li bellezzi tua su misi mbista.

Non jira ara Missa quandu è festa

ca tu no mmi fai vidira a Missa.

Molto delicati questi successivi versi popolari dove il viso delicato, gli occhi che attirano come calamite, creano una immagine di fata, evanescente e sospirata. Ma è l'ultimo verso il più significativo, perché dimostra che il popolo sa evitare ogni volgarità, pur indicando chiaramente il desiderio dello spasimante.

Oh faccia de na carta delicata

oh Dio chi ti criau tanta pulita

tu hai li bellezzi de na fata,

l'occhi e li gijia de la calamità.

Oh Dio! Quandu saria chida jornata

tu mu ti godi s'arma ed io la vita.

Efficace appare l'Immagine degli occhi paragonati a pistole che uccidono a morte. Gli occhi di questa fanciulla infatti lanciano sguardi rapidi e maliosi. Un povero giovane si sentì colpito da uno di questi sguardi, carichi di fuoco, e ora soffre per una ferita mortale nel petto.

Bella, chisti nocchi tua sugnu scupietti

minunu scupettati journu e notta,

una mi nda minaru nze stu piettu

e m'hannu fattu na farita a morta.

L'innamorato chiede un saluto avvolto nel fazzoletto, anzi quattro saluti posti ai lati della stoffa ed al centro il cuore stampato della ragazza.

Amura, mandamilu nu salutu

nze nu maccatura rrumbulatu,

e cantu e cantu mienti li saluti

a mienzu mienti lu cora stampatu.

Il dubbio che il proprio amore non sia preso sul serio assilla questo innamorato o innamorata che chiede un incontro segreto per sapere se c'è vero amore o si tratta di uno scherzo.

Amura, ca vorria mu ni vidimu

a na parta segreta mu parramu,

mu ni dicimu nui si ni volimu

o puramenta ni chicchiriamu.

Ritorna in questa filastrocca l'immagine della bella ragazza alla finestra, con due occhi simili a due antenne. Il quarto verso ricorda un verso di Dante in "Tanto gentile" « ...e par che sia una cosa venuta - da cielo in terra a miracol mostrare ».

Nella seconda parte appare il contrasto tra gli affanni della madre che ha curato come una rosa la figliola, e l'alterigia della fanciulla, fiera della sua bellezza che la fa sentire dominatrice della situazione.

A sta fanestra duva su sti panni

c'è na nova bandera cu dui ntinni,

c'è na fijjola de quattordici anni

calata de lu cielu nterra vinna.

Mammasa la crisciu cu tanti affanni

comu na rosa ara grasta la mantinna

e mò si vota cu s'uocchi tiranni

dicia tri vuoti amura e jamuninda.

Scanzonato e divertito appare il giovane di questi versi, il quale non si sposa perché la sua amata gli ha chiesto i guanti. Lui è pronto a comprarli, ma la sua preoccupazione è che la donna non li saprà portare.

 

Mi misa mu mi nzuru e mi rapientu

ca lu mio amura mi cercau li nguanti.

Mò mi mpuormu de li sua parienti

s'esta donna de portara nguanti,

ca cientu ducati a mia no mmi sù nenta,

l'accattu li ricchini e pua li nguanti.

Un giovane che ha interrotto l'amicizia con una ragazza, si preoccupa di farle sapere che se egli ripassa per quella via, non lo fa perché voglia ricominciare con lei, ma perché quella via lo porta alla prima innamorata che gli ha serbato un amore più grande di quello dell'altra.

Io passu e spassu c'haju la passata

nommu ti cridi ca passu pe ttia,

ca passu pe la prima nnamurata

chida chi mi vola bena cchiù de tia.

 

Un giovane che nel suo stesso rione ha visto crescere una ragazza, ha atteso che fiorisse per chiederla in sposa; ora che è cresciuta è tempo di decidersi; ma pare che ci sia un grosso pericolo: la donna sembra apprezzare più i danari che l'amore.

Io era della ruga e nò mandava

ca spettava pemmu criscia sta fijjola,

ma mò chi juriu la mmendulara

questa de intru a mu nescia fora.

Bella chi bua bena ari dinari

pecchì no mbua bena

a mmia friscu d'amura.

Un innamorato non si rassegna di vedere la sua ragazza sposa di un altro, soprattutto ora che la vede magrissima e con il peggiore degli sposi; la delusione e la rabbia ancora sono vivi nel suo animo e potrebbero spingerlo ad atti inconsulti.

Comu lu fierru filatu ti filasti

nui ni potiemu amara e nò mbolisti,

lu jura de li giuvani dassasti

e de li miejju lu pieju scejjisti,

ma si mi stizzu ti mpiendu ara grasta

ti mpiendu comu pipa ara fanestra.

 

 

 

 

L’ape: affascinante insetto

Le api nel mondo degli insetti

 

La parola "insetti" per la maggior parte della gente, ricorda qualcosa di dannoso, pericoloso; quanto meno fastidioso. A questo giudizio negativo occorre contrapporne un altro positivo. Alcune specie di "insetti" sono usati dall’uomo per ricavarne vantaggi: l’ape per il miele e la cera.

 

La vita sociale delle api

 

Le api vivono in società dentro il cavo di un albero, o, allo stato domestico, dentro appositi ricoveri: arnie, alveari. Le api sono, tra gli insetti sociali, i più evoluti. Una società di api è costituita, di norma, da una sola regina che è di dimensioni maggiori rispetto alle altre, in particolare per il notevole sviluppo dell’addome; da migliaia di operaie che sono sempre e soltanto femmine e compiono, in tempi successivi, in relazione alla loro età, tutti i lavori necessari alla vita dell’alveare, e da maschi o fuchi, che compaiono solo in determinati periodi dell’anno (tarda primavera-estate) e sopravvivono un tempo limitato: si distinguono facilmente per la loro forma tozza ed i grandi occhi.

 

 

Mansioni svolte dalle api

 

Le api operaie svolgono durante la propria esistenza numerose attività necessarie alla società, ma per gradi.

I loro compiti sono svariatissimi. Si occupano della larve (api nutrici), servono la regina, raccolgono il polline e il nettare, riparano eventuali danni all’alveare, puliscono le dimore, provvedono alla ventilazione dei favi.

A tutti questi compiti bisogna aggiungere la difesa del gruppo, attraverso il pungiglione. Praticamente tutta la vita dell’alveare dipende dalle api operaie. All’ape regina spetta solo il compito di fare le uova ed ai pochi maschi quello di compiere il volo nuziale con la regina.

Se in un alveare sono presenti contemporaneamente due regine, una delle due deve cedere il campo: accompagnata da una folta schiera di operaie, essa sciama lontano, in cerca di un nuovo alveare.

 

Lo sviluppo dell’ape

 

Ogni ape nasce da un uovo piccolissimo di colore bianco perlaceo che viene deposto dalla regina, durante l’intero arco della stagione da fine febbraio a fine settembre, in una celletta esagonale di cera. La regina può deporre da 1500 a 2000 uova per giorno. La durata dello sviluppo embrionale è di tre giorni; lo sviluppo larvale si completa in cinque giorni. Nei primi giorni di vita tutte le larve vengono alimentate con gelatina reale da api operaie nutrici giovani (di sei-dieci giorni) che esse stesse producono.

Successivamente le larve destinate a diventare operaie o fuchi vengono alimentate da operaie di tre-cinque giorni con polline mescolato a miele, mentre quelle destinate a diventare regine (in celle particolari, più grandi, delle celle reali) continuano ad essere nutrite con gelatina reale. Segue l’imbozzolamento e lo sfarfallamento. Dalla deposizione dell’uomo allo sfarfallamento intercorrono 21, 16 e 24 giorni rispettivamente per operaia, regina e fuco.

 

Caratteristiche dell’ape adulta

 

Il nome insetto deriva dal latino "insectum" che significa diviso in segmenti. I segmenti sono riuniti in tre regioni: corpo, torace e addome ben differenziati. La raccolta del cibo, rappresentato da sostanze zuccherine e da polline, avviene rispettivamente per mezzo dell’apparato boccale e delle zampe posteriori. L’apparato boccale è di tipo succhiatore ed è adatto per succhiare il nettare dal calice dei fiori. Le zampe posteriori si presentano modificate in meccanismo per la raccolta del polline. Il polline caduto sul corpo dell’ape bottinatrice viene portato dalle zampe alla cestella dove si accumula prima di essere trasportato nelle celle dei favi per l’immagazzinamento.

L’ape presenta numerose ghiandole con funzioni particolari. Alcune ghiandole producono scaglie di cera che mediante impiego di armature delle zampe posteriori vengono prelevate, portate alla bocca e plasmate per la costruzione di favi. Altre ghiandole producono il cosiddetto odore di "famiglia" che viene utilizzato in diverse occasioni ma specialmente per il riconoscimento di individui di una stessa colonia e per segnare nuove sorgenti di alimentazioni alle compagne. Le ghiandole faringee secernano la famosa pappa reale che ha un’importanza fondamentale nella vita della colonia, poiché è il farmaco che determina la comparsa della regina e che costituisce l’elisir di lunga vita della regina stessa.

Il pungiglione è collegato a ghiandole velenifere e funziona come arma da difesa.

 

 

La danza delle api

 

Le api comunicano tra toro usando un linguaggio fatto di danze.

Quando un'ape compie una danza circolare, comunica che il luogo dove si trova il cibo è a circa 100 metri.

Le altre api partono immediatamente e trovano il luogo desiderato.

Se il luogo dove si trova il cibo è lontano più di 100 metri, l'ape deve dare informazioni più precise sulla distanza e la direzione.

Compie una danza dondolante, descrivendo un semicerchio e subito dopo percorre una linea retta da un'estremità all'altra del semicerchio.

Poi descrive un altro semicerchio e un'altra linea retta e forma così una figura simile ad un otto.

 

 

 

 

Prodotti commerciali derivati dalle api

 

IL MIELE: MAGIA DELLA NATURA

L'uso del miele è molto antico. Antiche mitologie ritenevano che il miele avesse qualità salutari per rinvigorire l'organismo.

Gli atleti greci mangiavano il miele prima di entrare nell'arena per i giochi olimpici. La preparazione del miele non è una cosa semplice.

Esige da parte delle api operaie diverse attività: ricerca dei fiori, raccolta del nettare, la costruzione, con la cera, del favo, il riempimento delle cellette con il miele fabbricato a partire dal nettare, le chiusure delle cellette con un opercolo (di cera) che viene fatta soltanto quando il miele è maturo.

Se si fa la smielatura da favi non percolati si ottiene miele scadente e di difficile conservazione.

 

LA CERA

Trasuda dagli ultimi segmenti dell'addome e serve per la costruzione del favo formato da cellette esagonali. Viene usata nelle industrie per fare candele, ceralacca, luci, certi tipi di inchiostri ed altri prodotti.

 

LA PAPPA REALE

E’ una sostanza secreta dalle ghiandole faringee delle api ed è molto ricca di vitamine.

La produzione media di una alveare può essere di 170-200 gr. in una stagione.

 

LA PROPOLI

E’ una sostanza vegetale resinosa immagazzinata dalle api in primavera. Trova largo impiego in falegnameria; recenti studi la indicano dotata di elevato potere antibiotico.

 

L’ALLEVAMENTO DELLE API NELLA STORIA

L'allevamento delle api risale alla più remota antichità, ne esistono testimonianze attraverso le raffigurazioni dei bassorilievi delle civiltà egiziane e micenee anteriori al 3000 a.C.

Già al tempo dei Faraoni questo allevamento era perfezionato, ai tempi dei Greci e dei Romani era molto florido in quanto il miele era considerato un alimento particolarmente pregiato, da essere ritenuto addirittura cibo degli dei.

Fra i prodotti dell'ape essi sfruttavano anche la cera per farne tavolette da scrittura.

Per tutto il Medio Evo l'ape fu allevata ovunque, in quanto forniva l'unica sostanza dolcificante dell'epoca.

In seguito con l'introduzione in Europa dello zucchero da canna, la sua importanza diminuì notevolmente e più ancora scemò alla fine del 700, con la scoperta dello zucchero da barbabietola.

 

L'ALLEVAMENTO DELLE API NEL NOSTRO TERRITORIO

Anche nel nostro territorio è diffusa l'apicoltura.

I signori L.Ursino e G.Voci producono e vendono miele.

Gli alunni della 2° classe elementare di Montauro, dopo aver visitato l'alveare in località Renadi, hanno intervistato il signor G.Voci il quale asserisce di svolgere questa attività da circa 15 anni con entusiasmo e passione.

Compie l'operazione della smielatura tre volte all'anno producendo circa dieci quintali di miele di diverso tipo: castagno in autunno, arancio in primavera, millefiori in estate.

 

Il midi che state ascoltando è stato eseguito da  " Roberto Zolea"